Voci.
Il deserto, la più grande distesa di un apparente niente che la mente umana possa immaginare o ricordare… Niente punti di riferimento, niente limiti alla vista: solo sabbia, sole, vento. Una voce nel deserto diventa qualcosa di assordante, un urlo nella notte là dove la notte, quando arriva, porta il freddo. Immaginate più voci, diverse, provenire da più punti, là dove ti aspetti e trovi solo silenzio. Nel silenzio dei nostri giorni, fatti di un’informazione guidata, controllata, omologata e globalizzata, ogni voce che esce fuori dal coro assume la forza e la potenza di un pugno.
Immaginate tante voci che urlano nel silenzio di un deserto. Poco conta che il deserto sia fatto di strade, macchine, traffico, palazzi giganteschi che sembrano voler scalare il cielo. Poco importa se manca la sabbia ad infilarsi nei vestiti, o il sole a seguirti in ogni tuo passo ed è solo lo smog ad appiccicarsi addosso come una seconda pelle. Irrilevante che gli occhi si fermino davanti ad un ingorgo; il deserto è quello delle menti, dei cuori, dei cervelli atrofizzati, addormentati, che di tanto in tanto devono essere svegliati, scrollati e stimolati.
“Voci nel Deserto” è il più grande urlo che si possa ascoltare in questo momento: basta andare ogni ultimo venerdì del mese al Brancaleone di Roma per far parte di questo coro come spettatori, passivi solo nella mancanza di recitazione ma attivi con la mente per seguire il meraviglioso cammino che Marco Melloni e tutti i suoi attori ci regalano durante i loro appuntamenti.
Appuntamenti rigorosamente gratuiti dove, gratuitamente, gli attori mettono a disposizione professionalità ed energie dell’attento pubblico presente. Un pubblico eterogeneo: signore di mezza età accanto a giovani studenti, coppie ed adolescenti riempiono la platea che sembra apparire troppo piccola per contenere tutto il volume e il movimento dei cervelli, dei cuori, delle menti degli attori. Ben venticinque professionisti, che regalano al pubblico uno spaccato incredibile di Cultura. Tutti di primissimo livello, giovani e meno giovani, si tuffano in questa esperienza con entusiasmo e la speranza che questa voce non si perda nel silenzio, confidando nella potenza del pensiero.
L’arte ha mille forme, il teatro è una di queste. Una delle più dirette, immediate, senza margine di errore. A teatro respiri con gli attori, ne segui i movimenti, ne percepisci la tensione o la gioia di essere lì: un esercizio che andrebbe praticato fin dalle scuole elementari. Quando poi il teatro ti porta a riflettere su quello che stai vivendo, sul momento storico che ci accompagna, diventa lezione di vita.
Quello a cui ho assisto è stata una lezione su quanto, sebbene i tempi passino, e gli eventi si succedano uno dietro l’altro, quello che non cambia è l’uomo. L’essere umano che non impara dai propri errori ma sembra quasi nutrirsene giorno dopo giorno, e li ripete, amplificandoli. Sembra incredibile come pensieri, discorsi, interventi in congressi di decenni fa, siano perfettamente attuali, quasi da sembrare scritti ieri, dedicati ai nostri giorni confusi e indecisi. Sembra assurdo come non si sia imparato nulla dalle distruzioni, dalle sofferenze del passato. Un passato che è terribilmente presente, ma che troppo spesso ci sembra dedicato ad altri. Possiamo continuare a far finta di non vedere, a lasciare che la nostra memoria si svuoti nel presente, con la paura che tutto sia già successo senza possibilità di futuro. Oppure attingere dal passato, a piene mani, e raccogliere tutti quei frammenti (di libertà di pensiero) dai quali ripartire, costruire, e tramite i quali vivere il nostro futuro.
Marco Melloni è autore, padre di un lavoro gigantesco, semplice nella sua struttura del non essere inedito, complicatissimo nella ricerca del materiale che riempie quell’ora e mezza di spettacolo. Chiamarlo spettacolo è riduttivo, non rende bene l’idea del lavoro, dell’attenzione, dell’intelligenza che lo porta ad essere un’opera d’arte di spessore e profondità. Qualcosa che i licei dovrebbero inserire all’interno dei programmi scolastici al posto di inutili gite che di culturale hanno ben poco. Uno spettacolo di coscienza politica, ma non partitico, non ci sono bandiere sotto le quali muoversi o partiti per i quali schierarsi e dai quali prendere benefici. C’è un messaggio politico alla base, ma universalmente politico, che non parla politichese. Se si arriva ignari ad una serata di “Voci nel Deserto” ci vogliono pochi minuti per capire che esiste una forma di teatro che va fuori dagli schemi classici degli spettacoli a cui siamo abituati ad assistere. Quello del Brancaleone è un appuntamento fisso ma spesso possiamo incontrare Voci in eventi on the road, in manifestazioni, all’Università, nelle scuole, oltre che nei teatri, sempre comunque in situazioni scelte, con criterio, pronte ad accogliere le voci dei suoi partecipanti, anche là dove siano le Voci stesse ad avere urgenza di essere presenti.
Palco vuoto o con pochissimi elementi di scena, dei fogli appallottolati e stampati, apparenti ostacoli sui quali risaltano parole. Pensiero che prende forma. La forma è quella delle parole. Delle parole ciò che arriva è la forza, la potenza: vere protagoniste di questo evento. Quelle parole universalmente valide capaci di abbattere le distanze, le singole nazionalità e culture, di catapultarci da un’epoca all’altra come fossero una macchina del tempo. Il contenitore è duro e crudo come quello che ci viene raccontato: luci essenziali e dedicate esclusivamente ai singoli artisti, che siano sul palco o sparsi in altri corner ricavati in platea; niente costumi di scena; musiche mixate da un deejay dal vivo; fumo che spesso arriva a nascondere, per poi scoprirlo, l’attore del momento. Suggestioni là dove si parla di realtà! La differenza, e l’essenza del tutto, la fanno gli artisti, che riempiono lo spazio con la loro voce e l’interpretazione del brano assegnato: la recitazione di ciascuno sottolinea il testo ponendo l’accento sulla data a cui appartiene. È in quel preciso istante che, agli occhi dello spettatore, si apre un mondo: la mente associa velocemente musica, suoni, immagini e parole. Si rimane stupiti, sorpresi, preoccupati da tanta apparente lungimiranza e dalla più concreta consapevolezza che tutto è stato già detto, e scritto, ma non ascoltato, ricordato, memorizzato! Una storia raccontata attraverso pezzi di archivio della memoria di tutti noi.
Seguire il filo di questo racconto non è difficile, impossibile è non restarne turbati. Ogni appuntamento ha un suo corpo ed una sua anima, gli argomenti trattati non sono mai gli stessi, la mescolanza è nei temi e negli interpreti che raramente si trovano a recitare lo stesso pezzo. Reading o recitazione a memoria, monologo o dialogo, stralcio di un discorso o di un libro, autore italiano o straniero, frase lanciata correndo sul palco o dosata e lasciata galleggiare nell’aria.
Questo è Voci Nel Deserto - la raccolta differenziata della memoria.
Lo spettacolo viene montato il giorno stesso, movimenti di scena e scaletta decisi poche ore prima dell’ingresso del pubblico. Incredibile come tutto si incastri perfettamente e prenda una forma, lineare e fluida, diventando una storia in cui niente è casuale: i testi, le immagini, la musica.
Il finale è quello del dissenso che riporta a ciò da cui tutto nasce: tutti gli attori si riuniscono sul palco, le voci sparse fino ad allora diventano un unico coro che con forza grida il proprio BASTA! Alla domanda: «Perché fai Voci Nel Deserto», la risposta che va per la maggiore è: «Sono un attore, vivo nei tempi in cui vivo, non posso non fare Voci Nel Deserto. Mi piace l’idea di essere megafono di grandi pensieri».
Direi che sta tutto dentro questa affermazione: “Voci Nel Deserto” diventa il mezzo attraverso il quale continuare a far girare più voci, pensieri che non sono mai fuori moda o anacronistici. Basti pensare che i testi spaziano da Tucidide a Pasolini, da Kennedy a Calvino, da Orwell a Flaiano, tutti autori riconosciuti, famosi ed accreditati, tutti testi appartenenti al passato, di qualsiasi genere letterario.
Coinvolgente, emozionante, intelligente, immediato ed efficace. Nessun nome che troneggia nel cartellone, nessuna prima donna o protagonista, il solo unico vero protagonista è il collettivo. (…) “Voci Nel Deserto” è un’esperienza da vivere tutte le volte che si può, uno spettacolo in movimento che cresce come un’onda e come un’onda si espande: da Roma a Catania, da Bergamo a Rimini, passando per Ravenna, Bologna, Cosenza, e Parigi! Forse, se le menti si aprissero in questa direzione, avremmo un’informazione più sana e un pubblico più ampio, pronto ad ascoltare e fare tesoro. Nel frattempo, godiamoci “Voci Nel Deserto” con la speranza che continui a moltiplicarsi, come un tam tam in giro per l’Italia, e non solo, fino a che le voci non diventino una sola.
(Francesca Pompili, “Voice Over Magazine”, dicembre 2011)










