La satira.
Accadde in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripeté l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro, che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo.
(Søren Kierkegaard, “Aut-Aut”, 1843)
Signore e signori, le trasmissioni sono state sospese per ragioni tecniche. Tra qualche giorno, sopita l’ultima minaccia, riprenderemo i nostri giochi di società, che danno alla nostra vita nazionale quel senso di vivacità che tanto ci lusinga. Cercheremo di venire incontro ai più sciocchi, agli esibizionisti di ogni tendenza, terremo qualche processo piccante, pubblicheremo le vostre memorie, compreremo calciatori ungheresi. L’essenziale è arrivare con fiducia alla prossima estate; dopodiché, riaperti i concorsi di bellezza, i premi letterari, i festival e le danze, potremo affermare a fronte alta che all’estero ci invidiano la nostra allegria.
(Ennio Flaiano, “La solitudine del satiro”, 1956)
Poco tempo dopo il colpo di stato, il governo militare dettò nuove norme per i mezzi di comunicazione. Secondo il nuovo codice della censura, era proibito pubblicare reportages e opinioni non specializzate su qualunque tema. Apoteosi della proprietà privata! Non solo avevano il controllo del territorio, delle fabbriche, delle case e delle persone: adesso sarebbero diventati proprietari degli argomenti. Il monopolio del potere e della parola condannava al silenzio l’uomo comune.
(Eduardo Galeano, “Dia y noche de amor y de guerra”, 1978)
È relativamente facile controbattere l’invito rivolto all’arte a trattare la brutalità con delicatezza, ad innaffiare con garbo la gracile pianticella della conoscenza, a mostrar fiori a chi ci ha mostrato bastoni, ecc. E si può anche attaccare questo concetto di “popolo”, che designa qualcosa di più “alto” della popolazione, e dimostrare come qui aleggi lo spettro della famigerata “comunità nazionale” che abbraccia carnefici e vittime, sfruttatori e sfruttati. Ma così non è ancora condannata l’immoralità di chi invita la satira a non immischiarsi nelle cose serie. Proprio di cose serie si occupa la satira.
I grandi delinquenti politici vanno denunciati, esponendoli soprattutto al ridicolo. Giacché essi anzitutto non sono grandi delinquenti politici, bensì autori di grandi delitti politici, il che è assai diverso. Non si tema la verità banale, purché sia vera! Come il fallimento delle sue imprese non fa di Hitler uno stupido, così la mole di queste imprese non ne fa un grand’uomo. Nello stato moderno le classi dominanti in genere si servono per le loro imprese di uomini assai mediocri. Nemmeno nell’importantissimo campo dello sfruttamento economico sono necessarie doti particolari. (…) Gli stessi sfruttatori, un pugno di uomini che in genere hanno acquistato la loro potenza per nascita, impiegano collettivamente una certa astuzia e brutalità, ma non vengono danneggiati commercialmente dalla loro mancanza di cultura, né lo sarebbero dall’ipotetica bontà d’animo di alcuni fra essi. Essi affidano gli affari politici a gente che spesso è ancora più sciocca di loro. (…)
A ciò si aggiunga che il delitto desta spesso ammirazione. (…) Questo rispetto per gli assassini deve essere distrutto. La logica quotidiana non deve farsi intimidire quando passa a considerare i secoli. Ciò che regola i nostri rapporti minuti va rivendicato anche per quelli più vasti. Il furfante in piccolo non può, ove chi detiene il potere glielo consenta, diventare un furfante in grande, acquistare rilievo non solo nella furfanteria ma anche nella nostra considerazione storica. E in genere vale il principio che la tragedia, molto più spesso della commedia, prende alla leggera le sofferenze dell’umanità.
(Bertolt Brecht, “La resistibile ascesa di Arturo Ui” (note di regia), 1941)
Le leggi che proibiscono il dissenso non prevengono le attività sovversive; semplicemente le dirigono verso canali più segreti e più pericolosi. Gli stati di polizia non sono sicuri; la loro storia è segnata da purghe che si susseguono, campi di concentramento che crescono, mentre i governi colpiscono a caso nel terrore di rivolte violente. Una volta che un governo si è impegnato sul principio di far tacere la voce dell’opposizione, ha solo una strada su cui procedere, ed è la discesa sul cammino delle misure repressive crescenti, fino a quando esso diventa fonte di terrore per tutti i suoi cittadini e dà vita a un paese dove tutti vivono nella paura. Le leggi che danneggiano gravemente la libertà di parola, possono essere usate non solo contro gruppi sovversivi, ma contro gruppi impegnati in altre attività. Non violano solo le libertà fondamentali del popolo, ma minano la sicurezza che dicono di voler proteggere.
(Harry Truman, messaggio al Congresso, 8 agosto 1950)
Che cos’è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell’odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità. Sembra. Tuttavia, sotto sotto si scopre come nascosto, come clandestino, un Paese serio, pensoso, preoccupato, spaventato, costretto a fare i conti con quell’altro Paese, quello del potere, dei poteri: quello che non vuole la verità, che non ci vuole, che ci costringe a quella che Moravia chiama estraneità dolorosa.
(Leonardo Sciascia, lettera a Anna Maria Ortese del 4 novembre 1978)




