La Religione.
Quanto più l’uomo è religioso, tanto più crede; quanto più crede, tanto meno sa; quanto meno sa, tanto è più ignorante; quanto è più ignorante, tanto è più governabile. Questa logica fu conosciuta dai tiranni d’ogni tempo, ed è perciò che essi s’allearono sempre coi preti. Se qualche disputa scoppiava fra questi due nemici dell’uomo non era, per così dire, che un futile diverbio di famiglia per sapere chi la avrebbe fatta da padrone. Ogni prete sa benissimo che la sua parte è finita quando non sia più sostenuto dai milioni. I ricchi e i potenti non ignorano del pari che l’uomo non si lascia governare e sfruttare che quando i corvi, appartengano essi a questa o a quella chiesa, siano riusciti a convincere le masse che questa terra è una valle di lacrime, a infiltrar loro questa sentenza, “rispettate l’autorità!”, e ad allettarli colla promessa d’una vita più felice nell’altro mondo.
(Johann Most, “La peste religiosa”, 1880)
Tutti i cristiani credono che beati sono i poveri e gli umili, e coloro che il mondo perseguita; che è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli; che non devono giudicare, se non vogliono essere giudicati; che non dovrebbero mai giurare; che dovrebbero amare il loro prossimo come se stessi; che se qualcuno gli prende il mantello, gli devono dare anche la veste; che non dovrebbero pensare al domani; che se fossero perfetti dovrebbero vendere tutto quello che hanno e darlo ai poveri. Non sono insinceri quando affermano di credere in tutto ciò: ci credono, come si crede in ciò che si è sempre sentito lodare e mai discutere. Ma se il credere è inteso come convinzione viva e presente che determina la condotta umana, credono in queste dottrine solo nella misura in cui abitualmente agiscono in base a esse. Nella loro integrità, le dottrine servono a essere scagliate contro gli avversari; inoltre è convenuto che le si può usare (quando è possibile) a giustificazione di tutto ciò che si ritenga giusto fare. Ma chiunque ricordasse ai cristiani che le loro massime richiedono un’infinità di cose cui non hanno mai neppure pensato, otterrebbe solo di finire nel novero di quei personaggi alquanto impopolari che pretendono di essere migliori degli altri
(John Stuart Mill, “Saggio sulla Libertà”, 1859)
Ma il gregge ritornerà unito, e si sottometterà di nuovo, stavolta per sempre. Allora daremo agli uomini una quieta, umile felicità, la felicità dei deboli, quali essi sono stati creati. Li persuaderemo, infine, a non inorgoglirsi, perché elevandoli Tu li hai resi superbi, dimostreremo loro che non sono forti, che sono soltanto poveri bambini, ma che la felicità dell’infanzia è di tutte la più dolce. Diventeranno timidi, guarderanno continuamente a noi, si stringeranno a noi spaventati come pulcini alla chioccia. Per noi nutriranno ammirazione e paura, e al tempo stesso andranno fieri della forza e dell’intelligenza che ci hanno consentito di ammansire un così turbolento ed enorme gregge: migliaia di milioni di esseri umani. La nostra ira li farà trepidare pavidi, le loro menti si faranno timorose, i loro occhi facili alle lacrime come quelli dei bambini e delle donne, ma a un nostro cenno passeranno con altrettanta facilità all’allegria e al riso, a una gioia radiosa, alla giuliva canzoncina infantile.
Certo, li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro organizzeremo la loro vita come un gioco, con canzoni e cori da bambini, danze innocenti. Oh, concederemo loro anche il peccato; sono deboli, svigoriti, e per il permesso di peccare ci vorranno bene come bambini. Ogni peccato, diremo, verrà loro rimesso se compiuto con il nostro consenso, e li autorizziamo a peccare, diremo, perché li amiamo, e il castigo per i loro peccati lo prenderemo sulle nostre spalle. E davvero ci accolleremo i loro peccati, e ci adoreranno come benefattori che risponderanno dei loro peccati di fronte a Dio.
E non avranno alcun segreto per noi. A seconda della loro ubbidienza, permetteremo o proibiremo loro di vivere con mogli e amanti, di avere o non avere figli, e loro si sottometteranno a noi, beati e allegri. Ci affideranno i più penosi segreti della loro coscienza, e noi risolveremo tutto, e accetteranno le nostre decisioni perché li avremo liberati dalla grave preoccupazione e dai terribili tormenti che oggi comporta la libera decisione individuale.
(Fëdor Michajlovič Dostoevskij, “I Fratelli Karamazov”, 1879)
Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.
(Ennio Flaiano, “Don’t Forget”, 1967/72)
Con il progresso del sapere e della tecnica, la felicità universale può essere raggiunta; ma il principale ostacolo alla loro utilizzazione per tale scopo è l’insegnamento della religione. La religione impedisce ai nostri figli di ricevere un’educazione razionale; la religione ci impedisce di rimuovere le cause fondamentali delle guerre; la religione ci impedisce di insegnare l’etica della collaborazione scientifica in luogo delle vecchie aberranti dottrine di colpa e castigo. Forse l’umanità è alla soglia di un periodo aureo; ma per poterla oltrepassare sarà prima necessario trucidare il drago di guardia alla porta: questo drago è la religione.
(Bertrand Russell, “Perché non sono cristiano”, 1957)
Io appartengo alla sparutissima schiera di coloro che credono ancora sia dovere di ogni uomo civile prendere la difesa dello Stato laico contro le ingerenze della Chiesa in Parlamento, nella scuola, nella pubblica amministrazione, e ritengono che quest’obiettivo sia, nel nostro paese, più importante di qualsiasi altro – politico, giuridico o economico – in quanto il suo conseguimento costituirebbe la premessa indispensabile per qualsiasi seria riforma di struttura.
(Ernesto Rossi, 8 dicembre 1964)





La storia si ripete
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