Il precariato.
Quando me ne sono andata di casa per un certo tempo ho lavorato in un ufficio.
Era una multinazionale di informatica. Hardware. In altre parole, computer, stampanti, CD-Rom e altri robotini intelligenti creati, in teoria, per semplificare il lavoro agli esseri umani. Che ironia! Tutte le schede dei prodotti erano in inglese, e così alla servetta, la giovane studentessa di filologia inglese, assunta in prova, toccava tradurle, adattarle e incaricarsi quindi di mandarle alle riviste specializzate, perché lì lo schiavetto della rivista in questione potesse scrivere che un lettore 6X offre un eccellente tempo di accesso, o che una scheda grafica, particolarmente indicata per impianti con processore pentium, è adatta ai professionisti dell’immagine più esigenti.
Avreste dovuto conoscermi allora. Ci passavo la vita, lì, seduta nel mio bugigattolo, il mio punto d’ingrasso, uno spazio di appena due metri quadrati delimitati da due tavoli di formica disposti a L.
Mi sono sputtanata la vista a furia di passare le giornate a sforzare gli occhi, accecata dalla luce spettrale del computer mentre la costante inclinazione forzata sulla tastiera mi ha provocato dei mal di schiena spaventosi. Due diottrie e la scoliosi, così di botto.
E tutto per uno stipendio di merda, perché siccome la servetta era una studentessa, le avevano fatto un contratto di formazione lavoro, che in parole semplici significava lavorare come gli altri ma guadagnare molto meno. Ma non era questo il risvolto peggiore.
Il peggio era la fauna con cui mi toccava combattere quotidianamente. Il peggio erano quelle segretarie truccate, in equilibrio sulle finte Gucci, con i capelli ridotti a stoppa grazie a schiume fissanti e mèches dorate che sapevano solo parlare del film visto in Tv la sera prima. Salvo sparlarsi dietro l’una con l’altra.
Il peggio era quel direttore del personale convinto della necessità di ripristinare la pena di morte, per mettere fine, una volta per tutte, al terrorismo e che mi guardava le tette con la più grande sfacciataggine del mondo.
Il peggio erano quei direttori commerciali che arrivavano tutte le mattine in ufficio preceduti da una puzza di colonia a buon mercato, con i vestiti mal tagliati che facevano delle borse all’inguine e grinze sulle spalle risultando sempre troppo corti o troppo lunghi.
In quel posto ti facevano un mucchio di promesse. Si supponeva che se ti impegnavi a sufficienza la tua fatica si sarebbe tradotta in un riconoscimento nello status e nello stipendio. Ma nel giro di un anno abbandonavi quelle illusioni infantili e finalmente ti rendevi conto che non saresti mai stato promosso e che non ti avrebbero mai dato un aumento. In ogni nuovo esercizio ti negavano un adeguamento salariale adducendo che il paese in generale e l’azienda in particolare stavano attraversando una crisi. Ma quale crisi! In realtà l’azienda non poteva pagarti di più perché i soldi che doveva darti per il tuo lavoro finivano tutti agli alti dirigenti e ai loro contratti blindati. E così all’azienda non restavano soldi per pagare noi altri.
E voi credete forse che se lo guadagnassero lo stipendio quei bellimbusti in abito Armani e gemelli d’argento? Col cazzo! Il mio capo, il direttore di marketing nuovo di zecca, che guadagnava esattamente undici volte il mio stipendio, passava il tempo al telefono con l’amante di turno, perché le cambiava così come cambia la colonia.
E non sapeva neanche parlare inglese o mettere gli accenti dove andavano. Lo saprò pure io, che ero costretta a correggergli tutti i fax. Ma il tipo aveva quarantun anni e il conseguimento del master in economia aveva coinciso con i felici anni ottanta, gli anni d’oro in cui venivano assunti dei perfetti incapaci per cifre astronomiche quasi fossero giocatori di calcio. Cosa volete che vi dica, ha vinto alla lotteria demografica perché se solo fosse nato quindici anni più tardi sarebbe stata un’altra musica… E noi che venivamo dopo dovevamo sobbarcarci lo sfasamento e guadagnarci stipendi di merda, lavorando tante ore quanto lui, se non di più. Naturalmente non ci pagavano neanche lo straordinario, perché dovevamo sacrificarci per l’azienda, e potevamo già ritenerci fortunati a essere lì, perché per ciascuno di noi c’erano quattro avvoltoi necrofagi che volavano in cerchio sopra le nostre teste, disposti a soffiarci il posto alla prima opportunità, come il direttore del personale non perdeva occasione di ricordarci. Quando facevi qualche conto scoprivi che all’ora guadagnavi meno di una collaboratrice domestica.
Io mi alzavo alle otto di mattina e tornavo a casa alle otto e mezzo di sera, assolutamente sfinita, senza avere più voglia di niente, solo di cenare a andare a letto. Avevo smesso di leggere, di andare ai concerti e al cinema.
Il sabato sera ero così stufa che mi mettevo i jeans e gli anfibi e uscivo alla disperata, a riempirmi di cuba libre e piste di coca per dimenticare la vita di merda che stavo facendo. In quel periodo ho preso le sbronze peggiori della mia vita e ho scopato con qualsiasi cosa, proprio così, con qualsiasi elemento che mi si parasse davanti a partire dalle sei di mattina, ovvero più o meno dal momento in cui il mio tasso alcolico era ormai talmente alto che mi andava bene tanto un dirigente quanto uno stivatore del mercato generale. Poi arrivavano giugno e gli esami, e per superarli mi riempivo di amfetamine. E per di più al lavoro facevano storie, perché non rispettavo l’orario e mi chiedevano un certificato firmato dal mio professore per verificare che fossi effettivamente andata a sostenere l’esame e non a bere in giro con gli amici.
Non avevamo nessuna possibilità di vincere quella battaglia se non alzando barricate e mettendoci a fare una rivoluzione, ma ci avevano talmente sfiniti e alienati, ipnotizzati a base di ore e ore di lavoro costante e discorsi apocalittici sulla terribile situazione dell’economia che a nessuno di noi sarebbe venuto in mente di farla. Non avevamo nessun’arma a nostra disposizione per lottare contri i dirigenti quarantenni dai cognomi composti, e il peggio, il peggio era quando assumevano una cretinetta che si chiamava Lòpez-Santos Y Martìnez de Miñon, che arrivava in ufficio con la sua Golf GTI pagata da papà, indossava abiti di Prada pagati da papà, e che era super abbronzata e in superforma dopo essere andata a sciare in un rilassante fine settimana pagato sempre da papà e che non sapeva far niente di niente. Ma siccome era la figlia di un azionista e aveva appena terminato un master in pubbliche relazioni e comunicazione, anche questo pagato da papà, come no, te la mettevano a lavorare al tavolo accanto con uno stipendio abbastanza migliore del tuo, e naturalmente, neanche lei metteva un accento dove andava e si gongolava tanto dopo aver concluso un comunicato stampa di quindici righe che ci aveva messo quattro ore a redigere. E che poi ti sarebbe toccato ricostruire in dieci minuti, da cima a fondo, perché quell’idiota scriveva «il tuo compiuter», sì, proprio compiuter con la i, e ripeteva il verbo avere venticinque volte in quindici righe, e in quel momento ti domandavi: cosa cazzo ci faccio io qui? È stato l’arrivo di quell’emerita subnormale, che finiva ogni frase con un “sai?” e per la quale era tutto “davvero perfetto” o “davvero qualcosa” a convincermi che mi stavano ingannando come un asino con il vecchio trucco del bastone e la carota, e una mattina, quando sono scesa in farmacia a comprarmi un buscopan perché non sopportavo più il solito mal di schiena, il sole mi ha colpita sul viso per avvertirmi che stavo sprecando la mia vita, la sola che ho, perché sono una donna e non un gatto, e mi sono resa conto che da due anni non sentivo più la carezza del sole sul naso, che mi stava sfuggendo la gioventù. Così sono salita, sono andata alla mia scrivania e ho dato un comando al computer: «Delete all». Il computer mi ha avvertita che tutte le informazioni contenute nel disco fisso sarebbero state cancellate: «è sicuro di volerle eliminare?» e io ho digitato, assolutamente sicura, sicura come non ero mai stata in vita mia «Sì» e mi sono sentita la donna più libera del mondo.
Adesso faccio la barista.
Al bar guadagno più di quanto prendessi in quell’ufficio, e le mie mattine sono tutte per me. Non mi pento assolutamente della decisione che ho preso quel giorno e mai, mai più tornerei a lavorare per una multinazionale.
Piuttosto vado a fare la puttana.
(Lucìa Etxebarrìa, “Amore, Prozac e altre curiosità”, 1997)




